di p. Antonio Gentili

 

Ricorre il 70° della morte di padre Teilhard de Chardin, SJ (1881-Pasqua, 10 aprile 1955), che lasciò la vita terrena nel giorno della Risurrezione, come aveva desiderato. In Cristo risorto considerava infatti compiuta l’Evoluzione, scandita nei tre stadi o sfere: la Cosmosfera, la Noosfera che si riferisce all’umanità e la Cristosfera, dal momento che nel Verbo Incarnato le creature e il creato raggiungono il “pleròma”, ossia il compimento dei disegni divini. La Creazione si salda in tal modo con la Redenzione, la Natura con la Grazia, la Terra con il Cielo, l’Adesso con l’Oltre, secondo un movimento evolutivo che ha nel Verbo Incarnato il suo Artefice.

 

In Cristo, Verbo incarnato, si dà la sintesi del “cosmico”, dell’“umano” e del “divino”.

 Negli anni romani dei miei studi teologici, gli anni del pontificato di papa Giovanni per intenderci, erano due le questioni che agitavano gli animi e premevano ai confini dell’insegnamento tradizionale, Qumranismo e Teilhardismo, cui si sarebbero presto aggiunti Ecologismo ed Ecumenismo. E già questi ismi manifestavano un certo imbarazzo con il quale nelle scuole venivano affrontati problemi inediti. E ricordo che il neotomista padre Cornelio Fabro, nel corso di lezioni sull’ateismo – significativo, peraltro, il fatto che quest’inaudita, inesplorata materia venisse insegnata in un’università teologica pontificia – scongiurava l’ipotesi di una ventilata condanna all’Indice degli scritti del “Gesuita proibito”, mettendo in guardia il Sant’Uffizio del cardinale Alfredo Ottaviani dall’aprire un secondo caso Galileo!

 Tutto questo ci incuriosiva e l’insegnante di dommatica – non l’ultraortodosso monsignor Antonio Piolanti, ma il suo assistente Vladimir Boublik, un giovane prete slavo morto precocemente – era generoso di riferimenti alla visione teilhardiana delle tre sfere cosmo-, noo- e cristosfera, con la conseguente concezione evolutiva del disegno creativo e salvifico che presiede ai destini dell’umanità e del mondo. Teilhard, infatti, considera l’evoluzione come anima della creazione, la quale per mezzo dell’Incarnazione del Verbo riceve la sua consumazione soprannaturale, convergendo nel “punto Omega”. Il Cristo Risorto costituisce “il fulcro della maturazione universale”, quando Cristo sarà tutto in tutti (cf 1 Cor 15,28).

 

 La Messa sul mondo

 Le grandi opere di Teilhard non erano ancora accessibili, quanto meno in italiano, ma era fresca di stampa la Messa sul mondo (si veda più sotto) che mi colpì a tal punto da riprenderne un pensiero e trascriverlo su un cartoncino che tuttora conservo nel mio Breviario. Vi si legge:

 “O Cristo glorioso influsso segretamente diffuso in seno alla Materia e Centro abbagliante in cui si riannodano le innumerevoli fibre del Molteplice… O Tu la cui fronte è di neve, gli occhi di fuoco, i piedi più splendenti dell’oro in fusion. Tu le cui mani imprigionano le stelle. Tu, che sei l’Alfa e l’Omega, il Vivente, il morto e il risorto. Tu che raccogli nella tua esuberante unità tutti gli incanti, tutti i gusti, tutte le forze, tutti gli stati; sei Colui che il mio essere invocava con un desiderio vasto quanto l’Universo. Tu sei veramente il mio Signore e il mio Dio… Al tuo Cuore, in tutta la sua estensione – con tutte le risorse che ha fatto sgorgare in me la tua attrazione creatrice, con la mia troppo debole scienza, con i miei legami religiosi, con il mio sacerdozio e (è ciò a cui più tengo) con tutto il fondo della mia convinzione umana – io mi consacro per viverne e per morirne, o Gesù”.

 Gli aspetti del pensiero teilhardiano che più mi coinvolsero mentre si avvicinava la mia ordinazione sacerdotale, furono innanzitutto l’importanza che la materia acquisisce in prospettiva eucaristica: ben poteva Teilhard parlare di “santa Materia” ed esclamare: “Adoro un Dio palpabile”. La Materia, immancabilmente scritta con la emme maiuscola, era da lui considerata la condensazione dello Spirito, destinata a un processo di trasfigurazione, così da essere definita in ultima istanza “trans-materia”. [Si veda in merito di Teilhard, La messa sul Mondo, Queriniana; Id, Il Sacerdote, Queriniana 20152; Luciano Mazzoni, P. Teilhard de Chardin sacerdote del mondo e mistico della materia, Velar 2010; Antonio Gentili (a cura), Liturgia cosmica con le parole di T. de C., Gabrielli 2000].

 Un altro aspetto che rivelava in Teilhard un acuto “senso cosmico”, era rappresentato dalla riflessione sul duplice crinale costituito dalla materia, e quindi dalla corporeità, come china che ci inabissa nella condizione di finitudine e di colpevolezza da cui è segnata la creatura umana, o come ambito delle nostre ascensioni spirituali. In questa seconda accezione, essa costituisce l’indispensabile supporto alla “tormentosa fatica dello sviluppo interiore” che consente all’uomo di “collaborare alla propria genesi”. A questo proposito mette conto rifarci a Dante quando ci interpella: “Non v’accorgete voi che noi siam vermi / nati a formar l’angelica farfalla, / che vola a la Giustizia [Salvezza] senza schermi?” (Purg., X,124-126).

 

 Visione evolutiva del creato e della storia

Ma l’aspetto destinato a dischiudere impensabili orizzonti e a porne in risalto la modernità – e in ambito cattolico la novità – del pensiero teilhardiano, fu la visione evolutiva (non necessariamente evoluzionista in senso darwiniano) del creato e della storia. Non sarebbero passati dieci anni dalla morte del Gesuita, che il Vaticano II si pronunciava in questi termini: «Il genere umano passa da una concezione più statica dell’ordine della realtà, a una concezione più dinamica ed evolutiva» (Gaudium et spes,5/1331). Teilhard notava con compiacimento il fatto che “la linfa del cristianesimo, guidata da un istinto divino, parallelamente al flusso delle moderne aspirazioni dell’uomo, stava per salire al bocciolo da tanto tempo desiderato”. Questa “nuova coscienza” che si veniva imponendo quale “onda avanzante”, concordava con i dati della scienza empirica e delle sue più aggiornate ipotesi, e nel contempo spianava la via al dialogo interreligioso con tradizioni spirituali soprattutto quelle asiatiche, che concepiscono l’intera realtà antropo-cosmica nel suo incessante divenire storico e metastorico, anche se – notiamolo tra parentesi – il realismo dell’Incarnazione faceva preferire a Teilhard “la via dell’Ovest” rispetto alle mistiche del lontano Oriente da lui considerate inaccettabile espressione di un deprezzamento della materia e di una conseguente radicale “fuga mundi”.

In questa visione dinamica acquisisce un singolare rilievo il concetto di energia nel triplice ambito umano, cosmico e divino, un’energia che in ultima istanza è sinonimo di amore. E infatti Teilhard ritiene “l’energia’’ che scaturisce dall’amore, “fondamento della vita”. Un processo di progressiva «amorizzazione», considerata come linea evolutiva della realtà umana e cosmica, segna il creato non meno che le creature.

 A proposito, mi trovavo in un albergo al Lido di Ostia dove avrei benedetto l’indomani un matrimonio, e nella camera che mi venne assegnata campeggiava la seguente frase: “Un giorno, dopo aver attraversato i venti, le onde, le maree, la gravità, noi padroneggeremo in nome di Dio le energie d’amore, e allora per la seconda volta nella storia del mondo l’uomo avrà scoperto il fuoco”. La frase, con mia piacevole sorpresa, portava la firma di Teilhard de Chardin, cui era familiare il riferimento al Fuoco come principio dinamico della vita divina e cosmica: “In principio era il Fuoco!”, amava dire. E non sarà fuori luogo rilevare l’attualità delle intuizioni teilhardiane relative all’ipotesi evolutiva come risposta ai problemi posti alla spiritualità dalle neuroscienze e alla morale dalla bioetica, non meno che nella controversia in corso tra chierici su creazionismo religioso ed evoluzionismo scientifico, nonché “Intelligenza Artificiale”.

 

Dall’Eterno femminino al Cuore di Cristo e all’Eucaristia

Avrei nuovamente incontrato Pierre Teilhard studiando i simboli religiosi del femminile. Il Gesuita fu molto attento a scandagliare il linguaggio dell’anima e ne riscoprì l’alfabeto indagando sull’eterno femminino come cifra del pensare e ancor più del sentire religioso e insieme indispensabile – così lo considerava – “nutrimento cristiano”. Questo gli permise di esprimersi non secondo gli aridi canoni di una razionalità cartesiana e illuminista che sembrava di rigore in ambito ecclesiastico, ma con un dire più vicino alla tradizione dei grandi mistici, nel cui novero il suo nome figura certamente tra i più significativi dei nostri tempi. Sotto questo profilo sono esemplari le pagine sul culto del Sacro Cuore e sulla devozione della Vergine Maria, “vólto e anima femminile del progresso che ha luogo in Cristo”, attraverso la recita del Rosario.

“Il Rosario – scrive in una lettera del 1918 dove rileva, insieme a una necessaria personalizzazione, l’aspetto evolutivo della preghiera – il Rosario è un’Ave Maria dilatata, resa esplicita… L’Ave Maria è in primo luogo una manifestazione soprattutto istintiva di amore per la Madonna, manifestazione spesso “interessata”. Essa si trasforma in un bisogno di conoscere meglio la Madonna, di “simpatizzare” con lei: il cuore della santa Vergine diventa in certo modo trasparente, e noi vi riviviamo i misteri che hanno il loro parallelo e il loro prolungamento nelle fasi, in realtà molto misteriose, delle nostre gioie e dei nostri dolori, così tutta la nostra vita si cristianizza in certo modo con lo sviluppo in noi dell’Ave Maria…

 Quanto al Cuore di Cristo, dopo aver preso atto del delinearsi con evidenza nella Chiesa, partito dal culto del cuore di Gesù, “un movimento di fondo verso l’adorazione” del Signore, Teilhard coglieva nel simbolo dell’amore divino “l’energia vivificante dell’intero organismo umano” e il centro di aggregazione di un “universo convergente”. Di qui la preghiera: “Signore, racchiudimi nei più profondi recessi del tuo Cuore. E quando mi ci terrai, bruciami, purificami, infiammami, sublimami, sino alla soddisfazione perfetta dei tuoi gusti e al più completo annullamento di me stesso…”.

 Al vertice della meditazione teilhardiana troviamo il Mistero eucaristico, nel quale in una visione evolutiva egli ha colto, con quella sacramentale e mistica, la dimensione cosmica. Era solito affermare che “in quanti lo accolgono, il Verbo prolunga l’atto mai terminato della sua nascita”. Di conseguenza, attraverso l’Eucaristia il Verbo prende corpo nella umanità e nel cosmo. Già p. Semeria, agli albori del Novecento notava con rammarico come «la funzione cosmica del Logos Gesù non fosse più considerata nella nostra pietà popolare, spicca invece la sua funzione morale». Si tratta di un aspetto messo in luce dal recente magistero della Chiesa. Papa Giovanni Paolo II ebbe a sottolineare “la potenzialità eucaristica del mondo creato” (Orientale Lumen, 1995), mentre papa Francesco parla della Messa come di un “atto di amore cosmico, celebrato sull’altare del mondo” (Laudato si’, 236).

 

Conclusione

 Volendo ora comprendere adeguatamente il linguaggio con cui si esprime Teilhard de Chardin negli scritti di indole spirituale, dobbiamo qualificarlo come “mistico”. È ben vero che egli è uno scienziato, ma la più preziosa e universale testimonianza che ci ha lasciato rientra in quanto ebbe ad affermare il suo mentore e confratello gesuita, Henri de Lubac, secondo cui «il cristiano dei tempi futuri – che in buona parte sono già i nostri – o sarà un mistico o non sarà». Cui fa eco Ramon Panikkar quando afferma: «Solo il mistico sopravviverà».

 

Testi di approfondimento: Mercè Prats, Pierre Teilhard de Chardin. Una biografia, LEV 2025; Rosino Gibellini, Teilhard de Chardin. L’opera e le interpretazioni, Queriniana 1968; Paolo Trianni, Rileggere Teilhard de Chardin. Una teologia promettente per il domani, Queriniana 2025. A p. 145 è ripreso quanto papa Francesco, nella visita in Mongolia, rievocò di Teilhard in riferimento alla Messa.

Genova, Corpus Domini 2025