a cura di L. M. B.
di Gabriella Greison,
Avvenire, 5 Dicembre 2025
Arthur Eddington, quacchero convinto, porta nella cosmologia l’idea della “luce interiore”: nel 1919 organizza la spedizione dell’eclissi che conferma la Relatività Generale, vissuta come un atto quasi liturgico.
Arthur Eddington era quacchero. Quacchero sul serio, non nel senso “cattolico sociologico”. I quaccheri hanno questa idea radicalissima: la luce interiore. L’illuminazione diretta. Il “sentire” non come emozione, ma come appoggio epistemico. La loro è una spiritualità che non ha bisogno di iconografia: niente cattedrale, niente vetrata, niente coreografia del sacro -la percezione della presenza è già sacramento. Eddington porta tutto ciò dentro la cosmologia. Non come ornamento, non come poesia, non come doppi fondi mistici -ma come convinzione ontologica. Per lui - come per Galileo - l’universo è leggibile. Ma per Eddington l’universo è leggibile perché è luminoso. Letteralmente e metaforicamente. Lui è quello che ha organizzato la spedizione del 1919 - per andare a vedere la deviazione dei raggi di luce da parte del Sole durante un’eclissi in Africa. Quel dato - quell’angolo minuscolo - è la prima prova sperimentale della Relatività Generale di Einstein. Einstein diventa Einstein il 29 maggio 1919 perché Eddington porta un telescopio vicino all’equatore per misurare la deviazione di una stella che non si vede perché è dietro il Sole. E quindi serve la Luna. Serve l’allineamento cosmico perfetto. L’universo deve posizionarsi in modo millimetrico per permettere all’umanità di vedere la curvatura dello spazio. Eddington questa cosa la vive come un atto quasi liturgico. Non è un fenomeno spettacolare.