a cura di L. M. B.
Riletture. La cultura plurale di Michel de Certeau, gesuita irregolare
Di Stella Morra e Filippo Rizzi
AVVENIRE giovedì 12 giugno 2025
«Spesso, con i materiali della sua cultura, lo studente procede alla maniera dei collage, come quando si fa una compilation personale di svariate registrazioni sonore o si combinano dipinti “nobili”’ con immagini pubblicitarie. La creatività e l’atto di reimpiegare e associare materiali eterogenei. Il senso dipende dal significato cui questo reimpiego li destina. […] Quello che diventa centrale e l’atto culturale che è proprio del collage, l’invenzione di forme e di combinazioni, e i procedimenti che rendono capaci di moltiplicare le composizioni. Atto tecnico per eccellenza. L’attenzione si rivolge allora verso le pratiche. Non sorprenderà vedere l’interesse degli studenti passare dai prodotti della ricerca ai metodi di produzione. Da questo punto di vista, accade per gli studenti di scienze come per quelli di lettere. Ma tale interesse è frustrato nella misura in cui l’insegnante passa il tempo (uccide il tempo) a esporre i suoi risultati e non a spiegare, nel corso di una prassi collettiva, come li ottiene, cosa che appassionerebbe i suoi allievi. Certo, questo significa sottoporre le proprie ricerche alla critica, in un rapporto omologo a quello che il docente intrattiene con i “colleghi”. Ma, così facendo, egli non chiude il futuro su prodotti acquisiti; lo apre». Basta la (lunga) citazione riportata qui sopra per comprendere che questo libro, collage a sua volta di articoli usciti su riviste tra il 1968 e il 1973, non è affatto invecchiato (esaustive indicazioni bibliografiche e cronologiche si trovano nel testo a firma di Luce Giard che introduce l’edizione francese). Anzi: la questione delle nuove traiettorie dell’apprendere, l’interesse per il come più che per i risultati, l’atto tecnico come atto di cultura… in una parola: lo spostamento dalla domanda «cosa ho imparato? » alla domanda «cosa è accaduto? », tutto questo è ancora la nostra ossessione quando ci interroghiamo in modo non ingenuo sulla produzione e sulla fruizione delle culture. La citazione viene da un capitolo (il 5) dedicato alle università negli anni del loro (inaspettato) subbuglio, subbuglio che ha costretto a ricomprensioni di sé stesse e del rapporto con le società in cui vivevano e vivono e con gli scopi loro assegnati.