IL FATTO QUOTIDIANO Venerdi 6 Settembre 2024
Papa Francesco illumina i "tunnel" delle guerre

di Antonio Spadaro
a cura di L. M. B.


Se parliamo di tunnel oggi ci vengono in mente quelli di Hamas perché il male plasma l'immaginario. E proprio sull'immaginazione si deve lavorare se vogliamo un mondo migliore. A giudicare dai fatti sono in pochi a farlo. "Chi pensa solo a fare muri e non ponti non è cristiano", ha sempre detto papa Francesco usando immagini architettoniche comuni, elementari, per indicare quel che meno di comune oggi sembra esserci nel mondo: dialogo, fraternità, armonia, comprensione reciproca. E non ha mai smesso di invocare i ponti: le pietre servono per edificare collegamenti, inventare percorsi, unire sponde separate da fratture che a volte sono ferite profonde e sanguinanti. Abbiamo davanti agli occhi due pezzi di una guerra mondiale alla quale si è deciso di non voler trovare rimedio, confondendo logica della pace e logica della vittoria: Ucraina e Medioriente. E poi ci sono le guerre dimenticate. Il papa ha una visione architettonica delle relazioni internazionali perché costruisce lì dove vede terreno edificabile. La sua planimetria è fatta di strutture connettive. Fino ad oggi erano due: strade e ponti. Ma nel suo viaggio apostolico in Indonesia, Francesco ha aggiunto un elemento architettonico del tutto nuovo: il tunnel, appunto. Questa metafora non è frutto della maturazione di una riflessione astratta del Pontefice, ma di una esperienza concreta: la sua visita del 5 settembre al Tunnel dell'amicizia che dal 2020 collega a Jakarta la Moschea Istiqlal e la Cattedrale cattolica. I due edifici sorgono nel centro della capitale indonesiana, nell'angolo nord-orientale di Merdeka Square, proprio uno di fronte all'altro, e separati da una strada. La loro prossimità ha un potente valore simbolico che il papa ha raccolto. Perché il tunnel? È una struttura discreta, non appariscente, anzi invisibile, eppure efficace perché non turba lo spazio sotto il quale sorge, ma ne costituisce un elemento fondamentale di connessione. Scorre sotto, come le vene. È vero che, "se pensiamo a un tunnel, facilmente immaginiamo un percorso buio che, specialmente se siamo soli, può farci paura", ha detto Francesco. Deve aver ricordato un suo incontro con Zygmunt Bauman, ad Assisi nel 2016. Là il filosofo aveva detto a Francesco: "Ho lavorato tutta la vita per rendere l'umanità un posto più ospitale. Sono arrivato a 91 anni e ne ho viste di false partenze, fino a diventare pessimista. Grazie, perché lei è per me la luce alla fine del tunnel". Ora Francesco, nel tunnel e accanto al grande imam Nasaruddin Umar, afferma che qui non è buio: "è diverso, perché tutto è illuminato". L'immagine è letterariamente efficace e ricorda Ogni cosa è illuminata, il libro autobiografico di Jonathan Safran Foer, in cui lo scrittore racconta il suo viaggio fisico e spirituale sulle orme del nonno, costretto a emigrare dall'Ucraina agli Stati Uniti sullo sfondo della tragedia nazista, il tunnel. Francesco sente che viviamo in un tempo in cui il muro è diventato ormai una metafora debole per parlare dell'oscurità odierna nella quale vede "tanti segnali di minaccia". Allora ecco che conia l'immagine del tunnel che con il buio si confronta per natura sua propria, ma trovando in esso una strada per unire. Ecco il suo appello, il suo grido urgente: dobbiamo "aiutare tutti ad at traversareil tunnel con lo sguardo rivolto verso la luce". Dunque la sua è un'immagine po- polare, fatta di gente che cammina accanto a noi", con cui "sostenersi reciprocamente". Dobbiamo "mescolarci, incontrarci", partecipare a una convivenza che può avere "itratti di una marea un po' caotica" che però può trasformarsi in una "carovana solidale" che attraversa il tunnel, ha affermato nella tenda della Moschea. Che cos'è che illumina il tunnel? "Siete voi la luce che lo rischiara, con la vostra amicizia, la concordia che coltivate, il sostenervi a vicenda, e con il vostro camminare insieme che vi conduce, alla fine della strada, verso lapiena luce". Aveva usato parole simili durante il tempo buio della pandemia. Questo cammino nel tunnel ha una meta politica e sociale chiara: serve a "costruire società aperte, fondate sul rispetto reciproco", "capaci di isolare i fondamentalismi e gli estremismi, che sono sempre pericolosi e mai giustificabili". Non basta confrontarsi: occorre "collegarsi vando ". Costruire tunnel, scasotto e dentro, è un modo per farlo. Dovremmo riflettere meglio su questa immagine potente. Francesco offre in Moschea pure un suggerimento di strategia utile per quando sembra che sia impossibile uscirne vivi: nei conflitti crediamo che sia necessario "cercare a tutti i costi dei punti in comune". In realtà, "può succedere che un approccio del genere finisca per dividerci" perché astratto o mosso da un'ostinazione inutile. Quello che realmente ci avvicina è creare "legami che ci permettono di lavorare insieme". Chi sarà in grado di raccogliere questa provocazione pontificia?
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