APRIAMO UN DIALOGO SU “POP-THEOLOGY, LETTERATURA E PECCATO ORIGINALE”

PARLARE DI PECCATO ORIGINALE
Con questo titolo, la autorevole Rivista La Civiltà cattolica ( n. 4201 – gennaio 2026 – pp. 93-106) pubblica uno studio a firma del rev. Piero Loredan sj, studioso di teologia biblica presso la Santa Clara University di Berkeley, USA. Si tratta di un approccio inusuale, più a taglio letterario che teologico, che vale la pena analizzare: quanto meno per le valenze e l’attualità che conserva tuttora la questione del peccato originale. Tema che sta ovviamente a cuore al nostro CENTRO STUDI, trattandosi del motivo principale dell’esilio e delle reprimende subite lungamente da padre Pierre Teilhard de Chardin. L’articolo si apre con un interrogativo diretto, nel quale esplicitamente l’Autore sembra esprimere un certo imbarazzo (evocando uno studio di Ch, Theobald: Le peché originel. Heurs et malheurs d’un dogme, 2005): “Ha ancora senso, oggi, parlare di peccato originale? È ancora possibile lasciarsi interpellare da un dogma che risveglia resistenze e scetticismo nell’uomo contemporaneo? Il motivo principale di tale diffidenza è il riferimento alla colpa di Adamo, vista come «una condanna a priori di tutto il genere umano»”. Muovendo di qui, l’Autore inizia argomentando come nonostante le comprensibili resistenze della coscienza moderna nei confronti di questa dogma, il male e la colpa restano due realtà al centro della umana esperienza. Si tratta pertanto di valorizzare il carattere antropologico del concetto di peccato originale. Ma, anziché intraprendere la via teologica, l’Autore propone di seguire quella della letteratura, quale ‘luogo teologico’ che riflette l’universale ricerca umana di senso. In proposito, l’Autore richiama la sollecitazione del teologo Antonio Staglianò (attualmente presidente della Pontificia Accademia di teologia ed autore di alcuni libri sulla Pop-Theology) a proposito di ‘Pop-Theology’: “Se la teologia vuole eseguire il suo compito, dovrà parlare oltre l’ambito concettuale dell’accademia e cercare un nuovo linguaggio comunicativo che includa una conoscenza della fede incarnata e connessa, corrispondente alle modalità culturali con cui il popolo scopre e vive il senso della propria vita”. Osserviamo di sfuggita come il teologo non sia nuovo ad iniziative apparentemente stravaganti, ma fondate e lucide: come ha testimoniato nella pastorale che sviluppò in Calabria come vescovo. Questo approccio alla Pop-Theology e al suo Manifesto in 10 punti riteniamo che meriti la dovuta attenzione e quindi ci riserviamo di riprenderlo prossimamente. Tornando all’articolo, in tale ottica, il gesuita Loredan privilegia il confronto con lo scrittore francese vivente Michel Houllebercq, assumendo nel suo insieme la sua opera in romanzi; ma prendendo a riferimento soprattutto la sua ultima opera, Anéantir del 2022: valutata come “un punto di svolta, …, che invita a riflettere sugli orizzonti possibili di salvezza in un mondo segnato dal peccato”, nel quale “il protagonista, Paul, vive un cammino di riconciliazione con il suo universo relazionale, un percorso che apre lo sguardo del lettore sull’azione della grazia nel mondo contemporaneo”. A questo punto, l’Autore offre ai lettori qualche punto di riferimento a proposito del dogma; non mancando di sottolineare l’apporto determinante -ai fini della sua formulazione- di s. Agostino, giungendo a dichiarare: “Storicamente, sant’Agostino può essere considerato «il creatore del dogma del peccato originale»”. Tale riferimento è doveroso ed inoppugnabile, anche se viene spesso invece dimenticato. Infatti fu proprio il vescovo di Ippona -con il suo proposito apologetico conflittuale con Pelagio ma gravato dalla sua precedente matrice manichea (aspetto questo meno noto ma ben evidenziato negli studi di Julien Ries, nominato cardinale da Benedetto XVI)- a influenzare i decreti dei Concili di Cartagine (418), Orange (529) e Trento (1546). La sua intenzione era di rafforzare l’intervento della grazie per la salvezza umana; ma inserì in termini rigidi e causali la colpa di Adamo e addirittura la sua trasmissione alla intera umanità (tramite l’atto sessuale). Dopo aver fatto questa precisazione, l’Autore riprende a leggere l’opera dello scrittore francese Houellebecq dal quale trae spunti attorno alla povertà emotiva e sessuale della società contemporanea, la rottura della relazione con Dio e il disagio causato dalla «insensibilità dei cuori» che conduce a un inaridimento fatale e talvolta tragica della esistenza umana. Insiste poi nel delineare le conseguenze della “degradazione dell’essere umano” che conduce alla condizione di “de-relazione”: che viene definita come “traumatico svelamento della situazione di disperazione dell’essere umano, necessario per accompagnare l’uomo su un cammino di verità”. Si tratta di una condizione esistenziale assai reale che crudamente viene affrontata in alcune opere del romanziere: come in Les particules élémentaires, nella quale essa viene ricondotto al moto del ’68 ed ai suoi effetti e ricadute sulle generazioni successive. Con un esito amaro che viene riassunto in queste crudissime e nude parole: “Poveretti, poveretti ,,, non sanno amare” (in La possibilità di un’isola). Tale quadro realisticamente assunto, viene poi dal gesuita declinato in ottica teologica, dischiudendo così una possibilità di liberazione, vale a dire la possibilità di un altro orizzonte: “È a partire dall’incontro con Cristo, con la perfezione della sua vita e la bellezza disarmante dell’amore che, per contrasto, possiamo prendere coscienza della nostra personale condizione di peccatori e della dolorosa incapacità di una tale forza d’amore”. Riportando infine le parole di Hans Urs von Balthasar: “Incontrando l’amore divino in Cristo, l’uomo non solo apprende che cos’è veramente l’amore, ma apprende pure nel contempo e irrefutabilmente  che egli, peccatore ed egoista, non possiede il vero amore” (da Solo l’amore è credibile, Torino 1965). Mentre ci fermiamo qui nel commentare questi spunti molto stimolanti, non possiamo che auspicare che venga dissodato ulteriormente il tema del peccato originale: con l’auspicio che vengano dissipate quelle tesi agostiniane, del tutto insostenibili sia sotto il punto di vista scientifico che teologico, che lo rendono punitivo nonché degradante per la condizione umana ed in particolare mortificante per l’atto sessuale generativo e perfino coniugale entro il matrimonio cristiano.

Luciano Mazzoni Benoni

PARLARE DI PECCATO ORIGINALE HA ANCORA SENSO
Su suggerimento di Luciano Mazzoni Benoni, presidente del Centro Studi TdC, apro questa discussione sul peccato originale. La proposta del presidente trae spunto da un articolo del gesuita Piero Loredan pubblicato su La Civiltà Cattolica (n. 4201 – gennaio 2026 – pp. 93-106). L’articolo inizia con una domanda: «Ha ancora senso, oggi, parlare di peccato originale? È ancora possibile lasciarsi interpellare da un dogma che risveglia resistenze e scetticismo nell’uomo contemporaneo? Il motivo principale di tale diffidenza è il riferimento alla colpa di Adamo, vista come “una condanna a priori di tutto il genere umano”». A questa domanda rispondo senz’altro di sì: parlare di peccato originale ha ancora senso, a condizione di affrancare il dogma dall’interpretazione letteral-storicistica. È ciò che ha fatto Pierre Teilhard de Chardin: ingiustamente accusato di aver voluto cancellare il peccato originale dal cristianesimo, in realtà Teilhard lo ha esteso all’intera creazione, non ancora pienamente compiuta, divinizzata; ciò che il gesuita francese ha contestato è la storicità del peccato originale, e lo stesso hanno fatto, anche se per vie diverse, Raimon Panikkar, Paul Ricoeur, Christos Yannaras e altri. Scrive Paul Ricoeur ne Il conflitto delle interpretazioni: «Non si dirà mai abbastanza quanto male ha fatto alla cristianità l’interpretazione letterale, bisognerebbe dire “storicistica”, del mito di Adamo […]. Contemporaneamente il tesoro nascosto del simbolo adamitico è stato sperperato». Per recuperare almeno un po’ di questo tesoro nascosto occorre innanzitutto capire che il racconto della caduta di Gen 3 non è un atto d’accusa volto a inchiodare l’uomo a una condizione di colpa perpetua. Al contrario, questo mito intende mostrare e svelare la dinamica del peccato, e lo fa con straordinaria precisione e ricchezza di dettagli. Ma cos’è esattamente il peccato di Adamo, che vuol dire cogliere il frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male? Vuol dire pretendere di conoscere – e conoscere nel senso giudaico del termine, cioè in modo carnale, profondo, pienamente coinvolgente – la totalità del reale, espressa dal merismo bene-male. Tra le molte interpretazioni possibili del peccato in cui cade Adamo trovo particolarmente suggestive quelle proposte dall’anonimo autore de La nube della non conoscenza e da Thomas Merton. Per l’autore della Nube l’uomo pecca nell’istante in cui smette di contemplare, cioè di far convergere su Dio tutte le proprie facoltà spirituali, psichiche, fisiche. Non dissimile la chiave di lettura di Thomas Merton, il quale identifica il peccato originale con l’egocentrismo umano. In Semi di contemplazione Merton descrive la situazione di Adamo ed Eva nel paradiso terrestre come uno stato di perfetta contemplazione, in cui «tutto è tuo ma a una condizione infinitamente importante: che sia tutto dato». I doni e le grazie che Dio ci fa sono un po’ come il sonno: devono venire da soli, non possiamo afferrarli, altrimenti ci sfuggono. E la condizione dell’Adamo decaduto è proprio questa: una febbrile insonnia spirituale, l’inesausto e vano tentativo di colmare, con i nostri sforzi rapaci, quella carenza d’essere che solo Dio può soddisfare. In questo senso il peccato originale è realmente il peccato di tutti (“instar omnium”, dice Kierkegaard). E di sempre.

Marco Galloni

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